Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
C'è un'età, di solito tra i 30 e 40 anni, in cui la domanda "come ti poni?" comincia a presentarsi con una frequenza sospetta. Colloqui, cene, chat di gruppo, persino il medico di base quando alzi la maglietta. Tutti vogliono sapere come ti poni. E tu, puntualmente, non sai cosa rispondere.
Perché "porsi" è un verbo che implica una direzione, una postura studiata, quasi una strategia.
Ci si pone verso qualcosa, contro qualcosa, a favore di qualcosa. È un verbo da curriculum, da riunione, da persone che hanno le idee chiare e la schiena dritta, da ho preso una decisione.
Io, ogni volta che lo sento, penso a un pony.
Non un pony di quelli che trovi alle feste di compleanno con la sella colorata e lo sguardo rassegnato. Penso a un'idea di pony. Un cavallo piccolo, che non ha ancora deciso se diventare grande o restare così, a metà tra il giocattolo e l'animale da lavoro. Un pony che trotterella senza una meta precisa, che si ferma a brucare l'erba anche se l'erba è finta, che non sa cosa significhi "porsi" ma sa benissimo come si fa a stare.
Forse è questo il punto.
Forse "come ti poni?" è una domanda sbagliata. Forse bisognerebbe chiedere "come ti pony?". Con la y. Con quell'aria da cavallo piccolo che non ha pretese ma ha presenza.
"Come ti poni?" è una domanda per chi ha un progetto, una traiettoria, delle spiegazioni sulla propria esistenza. Ma la maggior parte di noi non ha niente di tutto questo. La maggior parte di noi si sveglia, beve il caffè, cerca di non litigare con nessuno prima di mezzogiorno, e spera che la giornata non chieda troppo e finisca bene.
Non ci poniamo. Ci ponyamo.
È un verbo che non esiste, e si sente. Suona sbagliato, come una parola detta in dialetto durante una riunione super formale. Ma è più onesto. Più aderente alla realtà di chi non ha risposte ma ha bisogni. Di chi non sa dove sta andando ma sa cosa vuole mangiare stasera. Di chi non ha una direzione ma ha uno spazio, piccolo o grande che sia, dove esiste senza doverlo spiegare. l pony, del resto, non è un cavallo fallito. È un cavallo che ha scelto di restare piccolo. O forse non ha scelto niente, è nato così, e non si è mai posto il problema di diventare qualcos'altro. Non partecipa alle corse, non vince derby, non ha un fantino con i colori sgargianti. Trotta quando gli va, si ferma quando è stanco, bruca l'erba anche se l'erba è finta e lo sanno tutti.
Mi piacerebbe che qualcuno, prima o poi, mi chiedesse "come ti pony?". Mi piacerebbe rispondere senza dovermi inventare una posizione, senza dover usare parole come "proattivo" o "in evoluzione". Dire solo: ci sono. A volte trotto, a volte sto fermo. A volte mi spavento per un rumore improvviso e scappo in direzione opposta. A volte mi avvicino se hai una carota. O una parola gentile. O semplicemente se stai zitto e mi lasci pascolare.
Non so come mi pongo. So come mi pony: con una certa lentezza, con una certa diffidenza iniziale, con una fedeltà silenziosa a chi mi tratta bene. So che ho bisogno di poco: un po' di spazio, un po' di ombra, qualcuno che ogni tanto mi gratti dietro le orecchie.
E so che, alla fine della giornata, quando tutti hanno finito di porsi e si sono stancati di sembrare migliori di quello che sono, io sono ancora lì. Con la mia criniera spettinata, il mio passo irregolare, la mia incapacità di galoppare in linea retta.
Un pony. Semplicemente un pony.
E va bene così.